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ROMA - Il Tar del Lazio boccia la nomina, da parte del ministero dell’Ambiente, delle commissioni chiave per autorizzare centrali elettriche e ponti, aeroporti e autostrade, porti e ferrovie. Una sconfessione secca contenuta nelle sentenze pubblicate il 30 ottobre che danno al ministero 45 giorni di tempo per rimettersi in regola. Secondo il Tar, vanno annullati gli atti ministeriali che hanno portato alla riduzione dei membri delle commissioni Via (valutazione d’impatto ambientale), Covis (si occupa delle transazioni in materia di danno ambientale, in qualche caso sopra il miliardo di euro) e Ippc (valutazione dell’inquinamento). Il Tar dichiara illegittima la nomina dei nuovi membri delle commissioni perché “la revoca è stata disposta nei confronti dei componenti ancora in carica, prima della scadenza del mandato, senza alcuna istruttoria volta all’accertamento e alla valutazione dei risultati dell’attività compiuta da ciascun componente e dalla Commissione nel suo complesso, e quindi senza l’indicazione di elementi idonei a motivare la mancata conferma dei ricorrenti nell’incarico ancora in corso”. In sostanza, il Tar sostiene che la “procedura sprint” con la quale il ministero dell’Ambiente ha mutato la composizione delle commissioni è irregolare perché i vecchi membri non erano decaduti, né nei loro confronti, come ammesso anche dall’Avvocatura dello Stato, era applicabile lo spoil system. “La sentenza del tribunale amministrativo regionale dimostra l’inadeguatezza e l’approssimazione con le quali si è mosso il ministero dell’Ambiente”, commenta Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. “Ha tentato la decapitazione di commissioni di fondamentale importanza per il governo del territorio ed è stato fermato dalla magistratura. Un segnale che dovrebbe far riflettere sulle sorti del prossimo blitz annunciato: l’attacco agli enti parco”. INVIATO DA REPUBBLICA MOBILE Visita m.repubblica.it dal tuo telefonino o se hai un iPhone scarica gratis da iTunes l’applicazione di Repubblica Mobile. Inviato da iPhone
Il giornale “sette italiani su 10 stanno con berlusconi”. Mammolo, cucciolo, brontolo (…)
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Non è ora di dimenticare i fondamentali.
Comincio dai numeri, perché è più facile: i precari che senza dubbio non avranno da lavorare nella scuola, quest’anno, sono quasi 18.000. Ma quest’anno è in realtà solo l’inizio: perché nei prossimi tre anni, i posti che dovranno essere tagliati saranno 130.000. […]
Naturalmente, però, ad aver paura in questo momento non sono in centomila persone, ma ben di più, perché la situazione è poco chiara. Ad aver paura sono tutti i precari iscritti nelle graduatorie: circa 280.000 persone, di età che si aggira intorno ai quarant’anni, abilitati all’insegnamento. […]
E poi ci sono anche tutti i giovani, che non sono compresi in queste cifre, i ragazzi neolaureati iscritti nelle graduatorie di istituto: sono quasi 500.000 […]
E non è neppure finita: perché accorpamenti, riduzione complessiva dei quadri orari, aumenti del numero di alunni per classe faranno il resto: e a perdere la loro cattedra saranno anche molti insegnanti di ruolo. […]
… la condizione di precariato è stata voluta e cercata e mantenuta, in questi anni, da chi (sindacati, politica, pubblica amministrazione nelle sue svariate forme) ha avuto molti interessi nel mantenerla; per fini elettorali ed economici. E che è diventata più o meno un habitus; e che come tale era vissuta un po’ da tutti, anche dalle scuole stesse, che sui precari ci campavano. E io mi immagino che un “precario” della scuola, in tanti anni di precariato stabile, si fosse un po’ dimenticato che la precarietà era una brutta parola e che non era stabile e che il suo destino avrebbe potuto essere terribile.
[…]
… questa faccenda dei precari e dei tagli alla scuola rischia di diventare una vera catastrofe sociale. (E ci ho pensato molto a questa parola, “catastrofe”, prima di scriverla, ve lo assicuro). Noi possiamo serenamente condannare le precarie di Benevento che hanno occupato il loro Ufficio scolastico provinciale. Perché non si fa, perché è inutile, perché dovevano saperlo. Ma dobbiamo anche tenere conto che, nel frattempo, altri come loro occuperanno altri Uffici provinciali, perché saranno disperati. E la disperazione non aiuta a essere lucidi, evidentemente. E che, mentre noi saremo ancora qui a ripetere che non si fa, che non è modo, che eccetera, i sette di Benevento diventeranno prima cento e poi forse addirittura migliaia.
(via tostoini)
Le città rurali del Chiapas
di Fulvio Gioanetto, Il Manifesto
Con grandi rulli di tamburi, qualche giorno fa la rappresentante dell’Onu in Messico e il governatore dello stato di Chiapas hanno inaugurato la «prima cittá rurale sostenibile al mondo». Situata nel municipio di Ostuacan, si chiamerá Nuevo Juan de Grijalva e secondo i piani sarà abitata da almeno 1.800 persone, originarie di una decina di comunità rurali della zona. Secondo i suoi progettisti la sostenibilità del progetto, costato finora 7 milioni di dollari, sta in una rete di iniziative imprenditoriali e produttive (serre per ortaggi, caseificio, un migliaio di ettari di piantagioni con sistema agroforestale, case, un ospedale rurale), che spingeranno la popolazione locale «a trasferirsi nella città rurale dove troveranno attività produttive, servizi fondamentali e connessioni telefoniche ed Internet, in modo che possano vivere del proprio lavoro, cosa assolutamente fondamentale». Il governo vuole espandere il modello: i lavori di costruzione per altre due città «sostenibili» sono già cominciati nei municipi indigeni di Ixhuatan e Jaltengo, e ci sono progetti per la costruzione di altre 25 città rurali in Berriozabal, Tecpatan e Copainalá.
Non tutti in Chiapas però sono d’accordo sui parametri e sui principi di sostenibilità di questa visione di gestione territoriale. Soprattutto perché in Chiapas già esistono da tempo realtà di vita e produttive ecosostenibili e participative, valutate secondo criteri e norme internazionali.
Secondo la Ong Pueblos del Sureste e la rete Ciepac (www.ciepac.org), il riordinamento territoriale sottinteso al progetto delle Città Rurali «presuppone la conservazione e la liberazione di aree naturali già sotto il manifestato interesse di varie multinazionali per l’importanza dei banchi genetici della flora silvestre in loco, per la possibilità di brevetti farmaceutici, l’imbottigiliamento di acqua dolce e la cattura dei bonus di carbonio per i mercati internazionali. Vogliono conservare quello che resta delle aree naturali senza la presenza della popolazione, che serviranno per giustificare il modello delle città rurali sostenibili. E le zone intermedie di selva tropicale già distrutte saranno riconvertite in piantagioni forestali commerciali o in prodotti per l’agro-export: litchee, palma da olio, caucciú, limone, rambutan, cacao… La popolazione deportata sarà concentrata in queste città rurali, diventando un esercito industriale di riserva per il lavoro nelle piantagioni da esportazione, nelle miniere, nelle maquiladoras o nelle aree di servizio, come autisti o cameriere nei centri turistici di lusso».
Altri denunciano che le fondazioni coinvolte in questo progetto fanno solo maquillage sociale: «Con modeste donazioni, presentato con una vernice verde-ecologica, umanitaria e altruista, stabiliscono relazioni di fiducia con diversi settori del governo, da usare in seguito per un accesso privilegiato alle succursali dell’impresa stessa o per altri tipi di favori. Le fondazioni create dalle 93 imprese, associazioni religiose e universitarie participanti promuovono gli interesse delle stesse imprese, dei loro direttivi o dei variopinti politici di turno». Questo programma travolgerà le forme di vita tradizionale indigena, contadina e comunitaria, spingendo la popolazione locale in un modo di produzione di piccola proprietà orientata al mercato esterno. Alcuni si spingono a fare un paragone con i «villaggi modello» (definiti poi «poli economici strategici») creati negli ‘80 dal governo guatemalteco nelle comunità maya - un sistema militarizzato di controllo territoriale contro la guerrilla…